Quando ti identifichi (troppo) nelle serie TV

(e adesso: un post easy-reading, un po’ scemo, e non troppo strutturato, solo per non perdere la mano)

C’è stata una fase della mia pre-adolescenza in cui volevo fare l’avvocato.

Poi non è più risuccesso, grazie agli dei (non me ne vogliano i giuristi, ma che palle).

C’è da dire che il mio concetto di avvocato era leggermente distorto a causa di una serie tv che seguivo con passione e assiduità ammirevoli (considerate che siamo in era pre-streaminghiana, quando l’unica speranza di vedere in ordine gli episodi di una serie era trovarsi davanti alla tv all’orario giusto tutti i santi giorni. All’epoca saltare le puntate non era ancora annoverato fra i peccati capitali. Sì, Mamita, parlo con te che hai saltato GOT 1×07 perché non riuscivi a caricarla, possano i Sette Dei avere pietà della tua anima).

Insomma mi guardavo Ally McBeal tutti i santi giorni, mi piaceva tantissimo. Lei era psicolabile, cantavano e facevano delle arringhe che erano davvero coinvolgenti. Ci stavo sottissimo, e volevo farle anche io quelle arringhe e persuadere la giuria, anche le signore di colore di mezza età, che storcono sempre il naso all’inizio del processo, o i signori baffuti coi preconcetti perché l’avvocato è una donna. Mettere sul tavolo principi, morale, giustizia, arte oratoria e sbam, americanate varie. Mi piaceva così tanto che mi ci immedesimavo, ma soprattutto parlavo come se fossi uno dei personaggi della serie. Questa è difficile da spiegare: è un tipo di coinvolgimento linguistico che mi capita sempre quando vado in fissa con una serie tv.

Comunque, un giorno parlai al Pap di questa passione per l’avvincente mondo della giurisprudenza, e lui mi fece notare che comunque in Italia i processi non sono tanto appassionanti, ma soprattutto che non c’è nessuna giuria popolare da convincere con una cazzutissima arringa finale. (non in questi termini obviously)

Puf.

Passata l’infatuazione per il mestiere dell’avvocato, che non è affatto come Ally mi aveva illuso che fosse, mi sono data alla chirurgia immaginaria (Grey’s Anatomy, manco a dirlo – II anno di università, ci sono arrivata tardi, ma nella mia testa ero ancora in tempo per smettere con la facoltà di Lettere e buttarmi su Medicina), ma la carriera serie-tv-indotta che più rimpiango è sicuramente quella di popstar.

Maledetto Disney Channel. Ma possibile che dai primi 2000 tutte le Lizzie McGuire/Hilary Duff, Demi Lovato, Selena Gomez, Hannah Montana/Miley Cyrus a cui hai fatto fare una serie tv, poi sono diventate popstar? Hai idea di quanti sogni di bambine stonate hai infranto? Che poi io sono anche abbastanza intonata, quindi sapevo di essere a un passo dalla celebrità. Dovevo solo trovare qualcuno che mi scoprisse e mi pagasse le lezioni di canto.

Il dramma è stato quando arrivò Glee. Un cast completo di miei coetanei che cantano, ballano e recitano, ma soprattutto cantano canzoni che amo (dal singolone anni ’80 alla commercialata superiperpop e totalmente gheìssima) e io dove sono? a casa davanti al pc. E quando finirà l’episodio sarò così piena di slancio artistico che potrei sfondare a Broadway, prenderò la chitarra in mano e mi fermerò al secondo accordo, perché comunque senza gli spartiti davanti non so fare per intera manco una canzone. (L’unica cosa che avrò dei personaggi di Glee è la L in testa da loser).

Però Glee mi ha anche convinto per un po’ di essere omosessuale, come 3/4 dei personaggi. [Poi ho scoperto di essere bisessuale, che è ben diverso, ma questa è un’altra storia].

E’ questo il problema di noi persone empatiche, che ci lasciamo trasportare dall’atmosfera delle serie tv e vorremmo essere in un episodio per vivere in prima persona quel piccolo mondo a cui pian piano ci affezioniamo. Cioè succede anche con i film magari, ma la serie tv si scava un posto nel tuo cuore giorno per giorno, e ad ogni episodio si rinnova il sentimento di ispirazione, con la stessa efficacia di un libro, ma con molto meno impegno. Perfetto per i pigri.

Questa cosa ha dei terribili effetti collaterali, tipo quando guardavo Skins alla veneranda età di 23 anni e avevo deciso che i miei 16 anni erano stati troppo poco trasgressivi e volevo cominciare a sballarmi – quanto suono vecchia – nel locali che suonano l’elettronica, facendo sesso occasionale nei cessi (attenzione, non nei bagni, ma nei cessi che è decisamente più underground) e calandomi pasticche. Poi ovviamente non ho fatto nessuna di queste cose perché sti locali a Siena non esistono, e tutta sta voglia di farmi poi, ragionandoci, non ce l’avevo proprio.

Manco a parlarne, di Romanzo Criminale. La sua influenza è stata giudicata pericolosa dai media. “Fa passare l’idea che essere dei criminali sia figo.” Ben detto mediocre Giornalista-X, la tua banalissima analisi ci ha azzeccato in pieno. Qui la questione linguistica, inoltre, ha delle conseguenze lampanti: nel periodo in cui guardavo RC avevo smesso di essere una raffinata fanciulla di Roma Nord, parevo un magazziniere de Tor Pignattara.

Ci sarebbero 3000 esempi, ma mi fermo per amor proprio, che è meglio.

[ragazzi ci ho messo tanto a scrivere questo post, ma sto traslocando abbiate pietà]

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2 pensieri riguardo “Quando ti identifichi (troppo) nelle serie TV

  1. Senza parlare del forte senso di dipendenza che creano o di quando alcuni soggetti particolarmente emotivi si mettono in testa di voler conoscere realmente l’interprete del personaggio preferito. Ogni riferimento è ovviamente casuale, ma comunque lunga vita alle serie televisive di ogni dove, ivi compresi i loro effetti collaterali!

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