Perché bisogna parlare di depressione. Sulla malattia dei 20 anni.

Diluvia.

A Siena succede spesso, è una città piovosa.

Oggi è uno di quei giorni in cui puoi permetterti di restare tutto il pomeriggio a casa, sul divano, davanti al pc o a un libro, gatto, coperta di pile, tazza di tè caldo. Oggi è uno di quei giorni che un anno fa non avrei saputo sopportare.

Quasi esattamente un anno fa, il 7 ottobre 2014, ho provato per la prima volta quell’insieme di sensazioni mozzafiato che vanno comunemente sotto il nome di attacco di panico. Chi non le ha mai provate non può capire quanto possa essere intenso un terrore apparentemente ingiustificato, così grave da trasformarsi in dolore.

Ora, mentre leggete, voi siete presenti a voi stessi, esercitate un controllo sul vostro cervello. Se scrivo unicorno rosa, voi potete visualizzare un unicorno rosa, e potete concentrarvi su di esso. Provate a immaginare di non esserne in grado. Immaginate una condizione in cui i pensieri vanno così veloci da non riuscire a prendere una forma, da alternarsi prima ancora di fermarsi. Immaginatevi di affogare nell’impotenza. Aggiungete un dolore al petto, la testa vuota, ma pesante, il corpo percorso da tremori, l’assenza di ossigeno. E ancora non ci siamo. Spero che possiate solo immaginarlo e continuare a non saperlo, perché è bruttissimo.

Gli attacchi sono durati qualche mese, poi la paura ha lasciato spazio alla disperazione, il buco nero nella pancia, la sensazione di sprofondare nelle proprie viscere, il filtro nero, l’insignificanza, l’incurabilità, ancora paura, la debolezza.

E’ brutto vero? E’ fastidioso leggere tutto questo?

Il fatto è che pensare alla depressione è scomodo, ci mette di fronte al dolore, nessuno vuole essere messo di fronte al dolore. 

Ed è proprio questo uno dei principali limiti di chi soffre di depressione: sentirsi scomodo per gli altri. Sentire che gli altri preferirebbero essere altrove piuttosto che starci accanto. Questo porta a smettere di chiedere aiuto e a chiudersi in sé stessi.

Nell’ultimo anno ho iniziato a seguire una psicoterapia e una terapia farmacologica, perché le persone che mi stavano accanto c’erano e mi hanno aiutato anche quando io non lo vedevo, anche quando mi sentivo una bimba che combatteva sola contro un drago. La mia famiglia, i miei amici, mi hanno spinto a cercare aiuto dov’era meglio farlo. La depressione è una malattia di difficile gestione, per chi ne è afflitto e per chi lo circonda. Dev’essere messa in mano a chi sa trattarla, non ci sono altre strade.

Ora sto molto meglio, sempre in cura, ma molto meglio.

Nell’ultimo anno ho conosciuto molte persone nella mia stessa condizione. Anzi, ho scoperto che molti che conoscevo, soprattutto molti miei coetanei soffrivano di disturbi d’ansia, attacchi di panico e depressione. Se l’avessi saputo prima mi sarei sentita meglio. Come se avessi saputo prima che tanti la superano: dalla depressione si guarisce. Lo giuro. Meglio, lo prometto.

Scrivo questo perché è quello che avrei voluto leggere, quando mi googlavo i sintomi, e leggevo e piangevo e mi spaventavo sempre di più. Se queste parole saranno d’aiuto o solo di conforto a qualcuno, io sarò guarita un pezzetto di più. Parlare di depressione senza il pudore e la vergogna che spesso accompagnano queste tematiche è una decisione che prendo tutti i giorni perché ritengo sia parte della cura stessa, e credo, spero fermamente sia utile anche a qualcun altro.

Quindi ora supererò l’imbarazzo e il timore, e cliccherò “Pubblica”.

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7 pensieri riguardo “Perché bisogna parlare di depressione. Sulla malattia dei 20 anni.

      1. Che poi, ci pensavo stanotte, non è che un* amic* o famigliare desidererebbe stare da un’altra parte…
        Secondo me, quello che leggi come impulso alla fuga è frustrazione perché si vede il fardello, ma non si sa come prenderne una parte (questo è quello che prov*o io).
        Insomma, quello che vorrei dire a te e a chiunque stia leggendo: se le persone che ci amano sono lì, con voi, durante un attacco, permettete loro di prendersi un po’ del vostro peso.
        Ancora meglio: fate un libretto d’istruzioni per quando state male così le persone sapranno se possono o meno abbracciarvi, sparare cazzate per farvi ridere oppure se preparare un tè caldo. Perché, come insegna Sheldon, ‘when someone is upset, we offer a hot beverage’. 🙂

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  1. Avevo già intuito quando hai aperto questo blog che eri una tipa tosta,te l’ho pure scritto se ricordi….Beh i fatti mi cominciano a dare ragione, ci vogliono le p…e per scrivere quello che ho appena letto con schiettezza come hai fatto tu….Combatti i tuoi demoni e sai “motivare” e dare un pò di speranza,brava!

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