Quando un gatto se ne va

Oggi ho affrontato la morte del mio gatto Ettore.

Non è la prima volta che dico addio a un animale domestico: ci sono stati Arancio e Rosa, i due canarini (indovinate di che colore avevano il piumaggio?), e qualche pesce rosso; ma stavolta è diverso.

Ettore ha vissuto 13 anni, ed è stato il primo gatto della mia vita. Con lui ho scoperto il mondo dei felini, le gioie e le risate che sono i Bastardi Baffuti sanno regalare. I graffi, le richieste disperate di cibo, i giochi più o meno violenti, le galoppate all’una di notte su e giù per i corridoi, i viaggi in macchina con sottofondo miagolato, le fusa, i colpi di musetto e le strizzate d’occhio. “Ehi umana, mi fido di te, ti voglio bene, ma non dirlo troppo in giro, ho una reputazione da mantenere”.

Questo post sembra tanto un tema delle medie, lo so, ma forse è dovuto al fatto che quando Ettore è entrato nella mia vita avevo 13 anni (ironia della sorte!) e ripensarlo mi catapulta allo stato emotivo di quando ci siamo incontrati.

Ho sempre sentito dire frasi come “quando il mio gatto/cane se n’è andato ho sofferto così tanto che poi non ne ho ripresi più” e “se non hai mai perso un animale non puoi saper cosa si prova”; “alla fine era di famiglia”. Tutto vero, se penso che perderò un giorno anche Bast.Baff e Baby Baff. mi vengono i brividi. Sono pezzi di cuore, ti dimostrano, a modo loro, che ti amano, comunicano e si affezionano, ti fanno ridere e preoccupare. E non vivono per sempre, nessuno lo fa, in realtà.

Ma non rinuncerei mai ai ricordi che ho di loro per paura di soffrire ancora come ho sofferto oggi pensando al mio Ettore. Ogni gioia vale la pena di essere vissuta, proprio perché finirà.

Quella di oggi è una piccola lezione di vita, l’ultimo grande regalo del mio fratellino peloso.

Le (dis)avventure di Bebo e Biba: l’amore-lampo

In casa mia ci sono due nuovi inquilini, si chiamano Bebo e Biba.

Bebo e Biba hanno rispettivamente 23 e 27 anni, si amano tanto e hanno deciso di convivere, pur conoscendosi da soli 3 mesi. E’ stato “amore a prima vista”, “un colpo di fulmine” dice Bebo.

Bebo ne sa di amore. Lui cita su Faccialibro Fabio Volo e con un maestro così, anche io sarei in grado di riconoscere immediatamente l’Amore, quello con la A maiuscola, dice Bebo.

Biba è sicura della sua scelta: alla mia ingenua domanda «ma non hai paura che litighiate? O che vi lasciate?» lei ha risposto con ammirevole fiducia «ma noi abbiamo seguito il cuore!». Ah, scusa.

Bebo non ha animali in casa e lui e il Bastardo Baffuto non si capiscono tanto. «Ma perché non mi da retta?» chiede Bebo. “Ma che vuole questo da me?” pensa Bast.Baf.

Biba non sa fare la differenziata, butta le bottiglie Parmalat dentro la carta, ma è solo perché non sa “quale sia il cestino della plastica”, dice. Bebo getta tutto nell’umido, “prima o poi si decomporrà”, pensa. In effetti sono fatti l’uno per l’altra.

Bebo e Biba si amano molto. Litigano tutti i giorni però, dicono.

Best Boy ha detto che a giugno, massimo luglio si lasciano. Io, in fondo in fondo spero di no, alla fine sono simpatici Bebo e Biba, con il loro essere un po’ naif e un po’ tamarri aggiungono materia narrativa a questo blog e tanto colore alla casa.

Di mestruazioni, coppette e taboo

già la domenica è pallosa, ma la domenica col ciclo, diocenescampi.

Una non ha voglia di far nulla, e quindi scrive un post, tanto per non perdere le buone abitudini.

Ieri su facebook ho beccato questo video da Hello Giggles che parla del ciclo mestruale, di come gli uomini non ne sappiano nulla, e come talvolta non ne sappiano nulla neppure le donne. Parla di quanti problemi crei il taboo sulle mestruazioni, nelle società a noi lontane e in quelle vicine. Parla di ragazze che smettono di andare a scuola dopo il menarca, perché la loro cultura o la loro religione ha fatto loro credere di essere impure.

D’altronde, basta pensare al disagio che avrà colpito i miei potenziali lettori maschi nello scoprire che questo post parla di mestruazioni. Ew. Bleah. Chissenefrega, che schifo, non lo leggo per capire quanto questa tematica sia spaventosa anche nella nostra radiosa civiltà occidentale.

E poi di quando, sussurrando come se stessi cercando di comprare la ddròga:

“…..ehi, scusa, hai un assorbente per caso?” 

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Ed è così da sempre, se parli di mestruazioni lo devi fare a bassa voce, perché è un argomento-taboo, di cui nessuno vuole sentir parlare.

Mi ha colpito molto l’articolo letto su Huff Post, di una ragazza indiana che ha corso la maratona di Londra con il ciclo e senza assorbente , sfidando l’imbarazzo (suo e degli altri) che l’avrebbe costretta a rinunciare al suo sogno di partecipare a quella gara, oppure correre scomoda e compromettere la sua performance. Atti di femminismo straordinari.

Noi non abbiamo bisogno di correre maratone, ma chiedere un assorbente ad alta voce non è una sfida così spaventosa, perché, a ben pensarci, non c’è nulla di cui vergognarsi ad avere bisogno di un Lines.

Un’altra cosa che si può fare per migliorare il rapporto con il nostro ciclo mestruale e con quei giorni è smettere di usarlo, l’assorbente.

(se c’era qualche uomo a leggere, bravo. Ma ora puoi anche interrompere, che questa parte non ti riguarda proprio).

Già, non comprate più assorbenti, ecco perché:

  1. sono scomodimaremma scomoda: le ali si attaccano alle gambe, o ai peli, o agli slip e lasciano una striscia di adesivo che non si stacca più. Se non hanno le ali, se ne vanno in giro, si staccano e ti costringono a risistemarli in continuazione, come se avessi un insetto nelle mutande.
  2. sono costosi. avete mai calcolato la vostra spesa annua in assorbenti?
  3. inquinano. vi siete mai domandate dove finiscono tutti gli assorbenti che vengono usati nel mondo? e quanto ci mettono a degradarsi? Vi è mai capitato di vedere assorbenti galleggiare in mare? A me sì, ad Ostia, e resta uno dei peggiori incubi della mia infanzia. [attenzione: ora a questo problema si può ovviare, se proprio non potete fare a meno degli assorbenti, comprateli biodegradabili e compostabili come quelli delle marche Vivicot Bio (intorno ai 2,60€ /14pz, li trovate anche alla Coop) o i Fiordiluna (4,60€/14pz) acquistabili anche su e-shop di biocosmesi, come Mondevert.]
  4. provocano allergie e irritazioni.

La soluzione?

No tranquille, non sto suggerendo di non mettere nulla, ma di passare alla coppetta mestruale. Che cos’è? Come si usa? Quanto costa? Dove si compra? Ma non è fastidiosa? Tutte queste domande possono avere risposta con una semplice ricerca su Google; non scriverò l’ennesimo post che spiega perché la coppetta mestruale è talmente tanto conveniente, che più la uso più non capisco perché non la usino tutte.

Chià
Per altre meraviglie della Chià, ecco la sua pagina, qui, e tante fusa per avermi concesso di usare questa sua.

Vi dirò solo che 3 mesi fa l’ho dimenticata a Roma la coppetta, a casa dei miei, e when you go Cup, You never, ever ever come back to Pads, che sono davvero fastidiosi questi assorbenti, e me l’ero scordato, perché la coppetta non la vedi e non la senti, non irrita e non porta infezioni, non la devi buttare, ma solo svuotare, e ci puoi andare a yoga senza che dai leggings si veda nulla! E quando l’hai provata, ti rendi conto che assorbenti e tamponi sono proprio obsoleti, e ti senti anche un po’ superiore a quelle che ancora non lo sanno, e quando te ne chiedono uno puoi rispondere che no, non ce l’hai, perché tu usi la coppetta mestruale.

E mi raccomando, dillo ad alta voce.

A volte ritornano (Bback). Di procrastinazione e ansie varie.

Non faccio in tempo ad assentarmi un po’ che WordPress cambia l’interfaccia per scrivere. Maledetto internet, che va sempre più veloce.

Un meccanismo perverso della mia mente è entrato in gioco con questo blog, come in ogni sfera della mia vita, cercherò di riassumerlo in modo schematico:

Per un po’ non faccio una cosa -> non la faccio per tanto tempo -> ho la sensazione di essere rimasta indietro -> mi viene ansia a pensarci -> evito di pensarci -> non la faccio più -> l’ansia aumenta.

Evidentemente uscire da questo loop non è facilissimo, ma nell’ultimo anno ho imparato alcuni trucchi:

  1.  Rimpicciolire l’obiettivo. Mi spiego: se resto indietro con gli esami, e penso che ne devo fare, per esempio 6, e sono già in ritardo, vengo schiacciata dall’idea di quei 6 esami, che mi faranno ritardare tantissimo, ed è impossibile riuscire a farli in tempi brevi! VERO, PERO’ l’ansia da 6 esami può essere raggirata se penso che il mio prossimo obiettivo è 1 esame, magari da soli 6CFU. Posso farlo? Certo. Posso cominciare oggi? Certo, why not? Mica devo fare 300 pagine, devo solo cominciare. Fra niente e poco, meglio poco.
  2. Abbassare le aspettative su me stessa. Sì, qualsiasi cosa debba fare la posso fare ora, ma non deve essere fatta benissimo. Posso correggermi dopo, basta che inizio.
  3. Gratificarmi. che è più difficile che rimproverarmi di non aver fatto abbastanza.

 

Mmmm, ma che c’entra tutto questo col Bb(i)log?

Ho iniziato a mettere questo spazio nello stesso calderone delle cose-da-fare insieme allo studio per i famosi 6 esami, gli impegni come Station Manager di uRadio, la formazione per fare l’educatrice ambientale con Legambiente Siena  e mi sono scordata che questo non è un impegno, è un gioco, è divertimento. E poi come ricomincio? Mi serve un post-bomba, un argomento fighissimo, non-so-che-scrivere, c’ho il blocco dello scrittore e blablabla, la mente corre veloce quasi quanto i programmatori di WordPress. 

Quindi me la sono cavata con un post sulla procrastinazione, che è un problema di tutti no? No? PROCRASTINATORI, YOU’RE NOT ALONE.

 

Le avventure di Bastardo Baffuto: Happy Aulin

Un anno fa Aulin è entrato prepotentemente nella mia vita.

[per i più disattenti, Aulin è il mio gatto, cui ho già dedicato 3/4 dei post su questo blog, si chiama così in onore di quelli che non hanno capito come si legge (o scrive) Halloween, come i fruttaroli ignuranti che vendono zucche]

Mi è saltato in braccio alle 02.00 a.m della notte fra il 30 e il 31 ottobre 2014, mentre ero in una piazza senese a suonare l’ukulele con Best Boy, che all’epoca non era ancora il mio Best Boy, ma solo una specie di Best Friend molto più complicato di così.

Ah, allora ti ha scelto.

Sì, il mio gatto mi ha scelto. Poi mi ha seguito fino a casa, io ho scritto a Machinegun su Whattsapp.

B. “M., ho una sorpresa”

M. “gatto? :3”

(tutt’ora mi chiedo come lo sapesse)

B. “precisamente”.

L’abbiamo portato su a casa.

altri* hanno commentato: Ma a chi l’avete rubato sto vitello? 

Si riferivano alle dimensioni del Bast.Baf, che si è sentito subito a suo agio a casa, tre giorni dopo aveva il muso nei croccantini.

colle zampe nella scatola.
colle zampe nella scatola.

*altri: è in realtà un’amica talmente soggetta (anche lei) da meritare un personaggio, appena riesco me ne vengo fuori con qualcosa di buffo, lo giuro.

piccolo annuncio pubblicità-progresso.

se volete un baffuto, adottatene uno in gattile, magari adulto. Non spendete soldi per i gatti di razza, che poi si ammalano, costano tantissimo e ci sarà sempre qualcuno che li alleverà, e comunque senza mamma-papà-umano non ci restano.

Mentre i trovatelli, gli zoppi, i ciechi, gli imbranati hanno più bisogno d’ammòre e di voi. Aulin è un trovatello e anche il mio primo Bast.Baf Ettore. Li abbiamo salvati da una vita difficile o da una morte facile. E loro ci hanno ripagato con tante fusa.

Bastardo Baffuto Trovatello. What else?

Quando ti identifichi (troppo) nelle serie TV

(e adesso: un post easy-reading, un po’ scemo, e non troppo strutturato, solo per non perdere la mano)

C’è stata una fase della mia pre-adolescenza in cui volevo fare l’avvocato.

Poi non è più risuccesso, grazie agli dei (non me ne vogliano i giuristi, ma che palle).

C’è da dire che il mio concetto di avvocato era leggermente distorto a causa di una serie tv che seguivo con passione e assiduità ammirevoli (considerate che siamo in era pre-streaminghiana, quando l’unica speranza di vedere in ordine gli episodi di una serie era trovarsi davanti alla tv all’orario giusto tutti i santi giorni. All’epoca saltare le puntate non era ancora annoverato fra i peccati capitali. Sì, Mamita, parlo con te che hai saltato GOT 1×07 perché non riuscivi a caricarla, possano i Sette Dei avere pietà della tua anima).

Insomma mi guardavo Ally McBeal tutti i santi giorni, mi piaceva tantissimo. Lei era psicolabile, cantavano e facevano delle arringhe che erano davvero coinvolgenti. Ci stavo sottissimo, e volevo farle anche io quelle arringhe e persuadere la giuria, anche le signore di colore di mezza età, che storcono sempre il naso all’inizio del processo, o i signori baffuti coi preconcetti perché l’avvocato è una donna. Mettere sul tavolo principi, morale, giustizia, arte oratoria e sbam, americanate varie. Mi piaceva così tanto che mi ci immedesimavo, ma soprattutto parlavo come se fossi uno dei personaggi della serie. Questa è difficile da spiegare: è un tipo di coinvolgimento linguistico che mi capita sempre quando vado in fissa con una serie tv.

Comunque, un giorno parlai al Pap di questa passione per l’avvincente mondo della giurisprudenza, e lui mi fece notare che comunque in Italia i processi non sono tanto appassionanti, ma soprattutto che non c’è nessuna giuria popolare da convincere con una cazzutissima arringa finale. (non in questi termini obviously)

Puf.

Passata l’infatuazione per il mestiere dell’avvocato, che non è affatto come Ally mi aveva illuso che fosse, mi sono data alla chirurgia immaginaria (Grey’s Anatomy, manco a dirlo – II anno di università, ci sono arrivata tardi, ma nella mia testa ero ancora in tempo per smettere con la facoltà di Lettere e buttarmi su Medicina), ma la carriera serie-tv-indotta che più rimpiango è sicuramente quella di popstar.

Maledetto Disney Channel. Ma possibile che dai primi 2000 tutte le Lizzie McGuire/Hilary Duff, Demi Lovato, Selena Gomez, Hannah Montana/Miley Cyrus a cui hai fatto fare una serie tv, poi sono diventate popstar? Hai idea di quanti sogni di bambine stonate hai infranto? Che poi io sono anche abbastanza intonata, quindi sapevo di essere a un passo dalla celebrità. Dovevo solo trovare qualcuno che mi scoprisse e mi pagasse le lezioni di canto.

Il dramma è stato quando arrivò Glee. Un cast completo di miei coetanei che cantano, ballano e recitano, ma soprattutto cantano canzoni che amo (dal singolone anni ’80 alla commercialata superiperpop e totalmente gheìssima) e io dove sono? a casa davanti al pc. E quando finirà l’episodio sarò così piena di slancio artistico che potrei sfondare a Broadway, prenderò la chitarra in mano e mi fermerò al secondo accordo, perché comunque senza gli spartiti davanti non so fare per intera manco una canzone. (L’unica cosa che avrò dei personaggi di Glee è la L in testa da loser).

Però Glee mi ha anche convinto per un po’ di essere omosessuale, come 3/4 dei personaggi. [Poi ho scoperto di essere bisessuale, che è ben diverso, ma questa è un’altra storia].

E’ questo il problema di noi persone empatiche, che ci lasciamo trasportare dall’atmosfera delle serie tv e vorremmo essere in un episodio per vivere in prima persona quel piccolo mondo a cui pian piano ci affezioniamo. Cioè succede anche con i film magari, ma la serie tv si scava un posto nel tuo cuore giorno per giorno, e ad ogni episodio si rinnova il sentimento di ispirazione, con la stessa efficacia di un libro, ma con molto meno impegno. Perfetto per i pigri.

Questa cosa ha dei terribili effetti collaterali, tipo quando guardavo Skins alla veneranda età di 23 anni e avevo deciso che i miei 16 anni erano stati troppo poco trasgressivi e volevo cominciare a sballarmi – quanto suono vecchia – nel locali che suonano l’elettronica, facendo sesso occasionale nei cessi (attenzione, non nei bagni, ma nei cessi che è decisamente più underground) e calandomi pasticche. Poi ovviamente non ho fatto nessuna di queste cose perché sti locali a Siena non esistono, e tutta sta voglia di farmi poi, ragionandoci, non ce l’avevo proprio.

Manco a parlarne, di Romanzo Criminale. La sua influenza è stata giudicata pericolosa dai media. “Fa passare l’idea che essere dei criminali sia figo.” Ben detto mediocre Giornalista-X, la tua banalissima analisi ci ha azzeccato in pieno. Qui la questione linguistica, inoltre, ha delle conseguenze lampanti: nel periodo in cui guardavo RC avevo smesso di essere una raffinata fanciulla di Roma Nord, parevo un magazziniere de Tor Pignattara.

Ci sarebbero 3000 esempi, ma mi fermo per amor proprio, che è meglio.

[ragazzi ci ho messo tanto a scrivere questo post, ma sto traslocando abbiate pietà]

Perché bisogna parlare di depressione. Sulla malattia dei 20 anni.

Diluvia.

A Siena succede spesso, è una città piovosa.

Oggi è uno di quei giorni in cui puoi permetterti di restare tutto il pomeriggio a casa, sul divano, davanti al pc o a un libro, gatto, coperta di pile, tazza di tè caldo. Oggi è uno di quei giorni che un anno fa non avrei saputo sopportare.

Quasi esattamente un anno fa, il 7 ottobre 2014, ho provato per la prima volta quell’insieme di sensazioni mozzafiato che vanno comunemente sotto il nome di attacco di panico. Chi non le ha mai provate non può capire quanto possa essere intenso un terrore apparentemente ingiustificato, così grave da trasformarsi in dolore.

Ora, mentre leggete, voi siete presenti a voi stessi, esercitate un controllo sul vostro cervello. Se scrivo unicorno rosa, voi potete visualizzare un unicorno rosa, e potete concentrarvi su di esso. Provate a immaginare di non esserne in grado. Immaginate una condizione in cui i pensieri vanno così veloci da non riuscire a prendere una forma, da alternarsi prima ancora di fermarsi. Immaginatevi di affogare nell’impotenza. Aggiungete un dolore al petto, la testa vuota, ma pesante, il corpo percorso da tremori, l’assenza di ossigeno. E ancora non ci siamo. Spero che possiate solo immaginarlo e continuare a non saperlo, perché è bruttissimo.

Gli attacchi sono durati qualche mese, poi la paura ha lasciato spazio alla disperazione, il buco nero nella pancia, la sensazione di sprofondare nelle proprie viscere, il filtro nero, l’insignificanza, l’incurabilità, ancora paura, la debolezza.

E’ brutto vero? E’ fastidioso leggere tutto questo?

Il fatto è che pensare alla depressione è scomodo, ci mette di fronte al dolore, nessuno vuole essere messo di fronte al dolore. 

Ed è proprio questo uno dei principali limiti di chi soffre di depressione: sentirsi scomodo per gli altri. Sentire che gli altri preferirebbero essere altrove piuttosto che starci accanto. Questo porta a smettere di chiedere aiuto e a chiudersi in sé stessi.

Nell’ultimo anno ho iniziato a seguire una psicoterapia e una terapia farmacologica, perché le persone che mi stavano accanto c’erano e mi hanno aiutato anche quando io non lo vedevo, anche quando mi sentivo una bimba che combatteva sola contro un drago. La mia famiglia, i miei amici, mi hanno spinto a cercare aiuto dov’era meglio farlo. La depressione è una malattia di difficile gestione, per chi ne è afflitto e per chi lo circonda. Dev’essere messa in mano a chi sa trattarla, non ci sono altre strade.

Ora sto molto meglio, sempre in cura, ma molto meglio.

Nell’ultimo anno ho conosciuto molte persone nella mia stessa condizione. Anzi, ho scoperto che molti che conoscevo, soprattutto molti miei coetanei soffrivano di disturbi d’ansia, attacchi di panico e depressione. Se l’avessi saputo prima mi sarei sentita meglio. Come se avessi saputo prima che tanti la superano: dalla depressione si guarisce. Lo giuro. Meglio, lo prometto.

Scrivo questo perché è quello che avrei voluto leggere, quando mi googlavo i sintomi, e leggevo e piangevo e mi spaventavo sempre di più. Se queste parole saranno d’aiuto o solo di conforto a qualcuno, io sarò guarita un pezzetto di più. Parlare di depressione senza il pudore e la vergogna che spesso accompagnano queste tematiche è una decisione che prendo tutti i giorni perché ritengo sia parte della cura stessa, e credo, spero fermamente sia utile anche a qualcun altro.

Quindi ora supererò l’imbarazzo e il timore, e cliccherò “Pubblica”.